
Promuovere in Italia misure adeguate per arginare il fenomeno dei cervelli in fuga garantendo condizioni economiche e lavorative migliori; creare dei canali di cultura che partano dall’Italia e arrivino all’estero per dare impulso all’italianità (un esempio su tutti: il Festival siciliano nella Little Italy di San Diego); intervenire con misure atte a garantire la copertura sanitaria anche ai cittadini italiani residenti all’estero ; creare un ‘caucus’ , ovvero un gruppo di pressione che comprenda, fra senatori e deputati, tutti i 18 eletti nelle circoscrizioni estere, nonché una struttura di riferimento permanente cui tutti gli italiani si possano rivolgere. Sono solo alcune delle proposte che Massimo Seracini , capolista al Senato per l’Udc nella circoscrizione Nord e Centro America , intende portare avanti perseguendo un obiettivo preciso: dare voce alle esigenze degli italiani nel mondo perché – spiega- gli italiani all’estero sono italiani che “riconoscono i fatti e non i discorsi”. Così, facendo propria la prassi politica d’Oltreoceano , molto diversa da quella di casa nostra, dove “è il politico che va dalla gente, non la gente dal politico” e dove “occorre ricordarsi di chi sono i propri elettori”, presenta due iniziative “come simbolo e significato d’attenzione concreta verso gli italiani all’estero” finalizzate a riavvicinarli alla madrepatria e a ricostruire con essa “un rapporto vero e serio”. La prima è la Carta- IT , una carta di sconto che permette agli italiani residenti all’estero di ottenere sconti sui viaggi e sul cosiddetto turismo di ritorno. L’ altra è la richiesta di un censimento per colmare la discordanza delle cifre fornite dai ministeri dell’Interno e degli Esteri che lasciano circa un milione e mezzo di italiani nel mondo, nel limbo di una non esistenza, in una sorta di ‘dimenticatoio legislativo’. L’INTERVISTA Gli Stati Uniti sono famosi soprattutto per accogliere i cervelli in fuga dall’Italia. Quali tipo di iniziative si possono promuovere per favorire il rientro delle migliori intelligenze italiane? “Il fenomeno dei cervelli in fuga terminerà quando daremo a questi ragazzi le condizioni, in Italia, di poter avere le soddisfazioni professionali, economiche e culturali per cui si sono impegnati e per cui sono diventati così bravi che l’estero, valutando la loro intelligenza, li ha portati fuori. I cervelli in fuga non torneranno mai in Italia perché, specialmente negli Usa ma anche in Canada, hanno delle condizioni di studio, se sono ricercatori, economiche, se sono persone impegnate nell’ attività produttiva o nel settore industriale, e gratificazioni di prestigio personali che qui assolutamente mancano. Noto che qui sono penalizzati a 800 euro al mese, sono penalizzati nel campo della carriera universitaria, sono penalizzati perché, chi sa, in questo Paese sembra quasi che debba essere punito” . Qual è lo stato di salute dell’italianità all’estero soprattutto nel suo collegio elettorale e come promuovere l’italianità? “I programmi culturali sono fondamentali all’estero perché sono l’unico veicolo che permette effettivamente il contatto fra gli italiani all’estero e la madrepatria. Per questo è importante creare dei canali di cultura che partano dall’Italia e arrivino all’estero e viceversa e offrire agli italiani all’estero, specialmente ai giovani, la possibilità di complementare, di interessarsi, di studiare in Italia per perfezionare la loro italianità. L’italianità è soprattutto questo, è cultura. Poi c’è anche l’italianità che fa parte della tradizione culturale e regionale. Infatti abbiamo dei gruppi etnici molto forti negli Usa, soprattutto meridionali: 50% di siciliani, 30% di calabresi e di campani. Diciamo che oltre l’80 % dell’emigrazione negli Usa è meridionale, il resto è divisa fra Veneto e le altre regioni in percentuale molto bassa. Io, per esempio, sto organizzando per il 18 maggio un Festival siciliano nella Little Italy di San Diego per il quale ho già preso contatti con la Regione Sicilia al fine di ottenere, non solo un riconoscimento, ma anche dei mezzi di propaganda scritta, informativa e visiva perché la gente vuole vedere che cos’è la Sicilia di oggi e cos’era la Sicilia di ieri, vuol conoscere le bellezze naturali, paesaggistiche e culturali. Questo è fare cultura all’estero, questo è quello che gli italiani all’estero vogliono dall’Italia. E questo è quello che mi sono impegnato a fare. Infatti è stato uno dei canali più rilevanti della mia attività politica e, negli scorsi due anni, ho promosso 8 eventi importanti di cui cito solo l’ultimo perché ne sono molto orgoglioso. Ho saputo dell’esistenza di un ‘package’, un pacchetto culturale, che si chiama ‘Cinema a Sud’, promosso dal Ministero degli Esteri e consistente in 13 film, tutti incentrati sul tema del Sud, realizzati da giovani registi. Questo ‘pacchetto’ di film veniva dato agli Istituti di Cultura e girava nel mondo. Mi sono messo in contatto col Ministero degli Esteri, tramite l’Istituto di Cultura di Los Angeles, e sono riuscito ad ottenere fisicamente questi 13 film. Quindi, ho organizzato per una settimana la proiezione gratuita di queste pellicole con un successo, in media, di 800 persone a film. Un’iniziativa che ha riscosso non solo successo, ma anche un’attenzione grandissima dei media americani: nessuno sapeva che esistesse una cultura cinematografica meridionale autoctona e di alta qualità professionale, si conosceva il famoso film di Tornatore, che vinse l’Oscar, ma pensavano tutti che finisse lì, che non ci fosse altro. Questa è una delle cose concrete che ho fatto” . A proposito di iniziative lei è stato, se si può dire, il nostro corrispondente dagli Usa, la voce dell’italiano all’estero negli Usa e ha promosso due iniziative una delle quali, la It Card, è andata a compimento, l’altra invece che è il censimento è ancora in corso d’opera: ce ne vuole parlare? “Alcuni mesi fa grazie ad un professore dell’Univesrità di New York che è uno storico dell’emigrazione, scoprii scientificamente quello che gli addetti ai lavori conoscono sui numeri dell’emigrazione e cioè la discordanza cronica, assurda (quasi il 50%) fra i numeri dell’Aire (Anagrafe italiana residenti all’estero) e quelli del ministero dell’Interno. C’è una legge, la 57/70 del 1988, che prescrive agli italiani che cambiano residenza di fare una notifica preliminare al comune di residenza in Italia. Poi, arrivati all’estero, devono notificare questa loro esistenza presso il consolato più vicino. Quindi abbiamo una doppia registrazione che coinvolge due ministeri: inizialmente il ministero dell’Interno tramite i comuni, poi il ministero degli Esteri tramite i consolati. Da 20 anni a questa parte c’è sempre stata una discordanza fra questi due numeri che invece dovrebbero essere uguali. Una discordanza dovuta a deficienze della burocrazia statale che non ha saputo creare uno strumento adeguato e che è stata calcolata da questo professore in un milione e mezzo, che significa due milioni e mezzo reali, qualcosa come il 50%. Allora mi è venuta l’idea di presentare una petizione per la richiesta di un qualcosa che la legge italiana, di fatto, prescrive ogni 10 anni, ovvero il censimento: dal 1950, da quando cioè ci fu il primo censimento dell’Italia repubblicana, ogni 10 anni, il nostro Paese fa un nuovo censimento. Noi non lo abbiamo mai avuto. Ritengo sia bene spendere un po’ di soldi per definire finalmente dei parametri precisi, un punto di partenza esatto che ogni 10 anni si possa aggiornare. In questo modo, invece, si perde l’attenzione, si perdono i diritti e soprattutto si perde la volontà di volersi bene di un milione e mezzo di italiani all’estero che non esistono, sono in un limbo e nessuno sa dove sono per bocca dei responsabili di due ministeri, non per bocca mia. Questa è una delle cose di cui sono molto orgoglioso. La sto lanciando e sta raccogliendo consenso su tutti i media italiani negli Usa e in Sud America grazie a due nostri collaboratori del Cile e Argentina che hanno capito l’importanza di questa mia iniziativa e mi stanno aiutando. Abbiamo presentato questa iniziativa anche a Luca Tagliareti che è un brillante ragazzo dell’Udc in Germania e anche lui la sta seguendo. Ma sto cercando di allargarla anche all’Australia ora che, grazie all’ufficio delle politiche migratorie del senatore Tematerrra, per la prima volta abbiamo trovato due candidati dell’Australia che nel 2006 non avevamo e che completano la cultura politica generale dell’Udc nel mondo. L’altra iniziativa, di cui sono altrettanto orgoglioso, non appare con il mio nome e cognome ma, moralmente, dietro una mia iniziativa che parte da molto lontano, da quando esisteva ancora il governo Berlusconi in cui c’era un ministero che è stato, come sapete, eliminato. Nel governo più numeroso della storia della Repubblica italiana (fra ministri, viceministri e sottosegretari) hanno eliminato infatti l’unico ministero che era il nostro punto di riferimento: il famoso ministero degli Italiani nel Mondo di Mirko Tremaglia. Da lì è partita questa iniziativa che era un’idea di business ma che aveva un duplice scopo: poteva servire non solo come attenzione verso gli italiani all’estero, ma anche per l’economia italiana. Un’iniziativa che ora è diventata realtà e che si chiama la Carta IT. Si tratta di una carta di sconto che permette agli italiani residenti all’estero, anche a quelli non iscritti all’Aire, di ottenere sconti sui viaggi, sul cosiddetto turismo di ritorno. Basta farne richiesta al Consolato tramite internet e non costa nulla. Questo è un depliant ufficiale del ministero degli Esteri che elenca tutta una serie di sconti concessi agli italiani all’estero per incentivarli a tornare. E’ la prima vera attenzione concreta che esiste per gli italiani all’estero. E porta, soprattutto in questo periodo non troppo felice dal punto di vista economico, anche un logico e automatico benessere all’economia turistica del nostro Paese che è una delle colonne portanti dell’economia nazionale. Queste sono due iniziative importanti che ho ritenuto necessario promuovere, come simbolo e significato d’attenzione verso gli italiani all’estero, iniziative targate Udc chiaramente perché io appartengo alla famiglia dell’Udc di cui sono orgoglioso. Saluto quindi tutti gli aderenti, i simpatizzanti, gli amici, e invito tutti a rimboccarsi le maniche e ad ottenere un risultato eccezionale per il nostro Pier Ferdinando Casini che lo merita in quanto ha dimostrato all’Italia e al mondo che noi non siamo in vendita. Ma non è una frase retorica: noi non siamo veramente in vendita perché nessuno ci ha comprato e perché i nostri valori che hanno permesso all’Italia di essere quella che è oggi e che sono i valori della vecchia Dc, sono i valori portanti della nostra fede cristiana e soprattutto della nostra famiglia che non va identificata in un retorico ritornello di frasi fatte ma in quello che la famiglia significava una volta: l’insegnamento ai giovani e la responsabilità dei genitori, per migliorare la società. Una volta si diceva “la prima scuola è la famiglia”: questo non è uno slogan, questo identifica una realtà della società italiana fino al 1970 e oltre. Oggigiorno sembra che la famiglia si occupi solo di portare i bambini a nuoto, di farli divertire con campeggi, vacanze all’estero e così via, però si stanno perdendo i valori veri della famiglia. Per questo, fa bene Casini a riportare l’attenzione su questo importante e fondamentale punto della nostra politica” . A proposito di servizi per gli italiani residenti all’estero, una delle più importanti macchie è forse quella legata all’ambito sanitario. Lei ha avuto anche un’esperienza personale al riguardo. L’italiano all’estero si trova praticamente scoperto da questo punto di vista? “Rispondo leggendo un estratto di un documento ufficiale del ministero della salute che dice: “La legge che ha dato vita al Sistema Sanitario Nazionale assicura l’assistenza sanitaria in Italia a tutti i cittadini che hanno la residenza in Italia: di conseguenza, fatta eccezione per i casi sotto indicati (che sono due casi molto particolari e che incidono molto relativamente) e per i casi di distacco per lavoro, è regola generale che tutti coloro che trasferiscono la loro residenza dall’Italia verso un altro Stato perdono il diritto all’assistenza sanitaria”. Ergo, i cittadini italiani all’estero non hanno assistenza all’estero con contributi dello Stato italiano salvo alcune rare eccezioni. La regola generale è molto semplice e molto drammatica ed io vorrei che questa informazione arrivasse veramente a tutti: ci sono 2 milioni e mezzo di italiani che, quando vengono in Italia, non hanno alcuna assistenza. In una situazione reale, oggettiva, in cui viene data assistenza da quello che so proprio a tutti: dai rom, senza essere razzisti ma solo per descrivere il problema, ai disoccupati, a chiunque. Insomma, chiunque si presenta ad un pronto soccorso di un ospedale italiano è curato. L’italiano all’estero, quando è in Italia, è curato solamente per un’emergenza e, come spiega successivamente la stessa delibera del ministero della Salute, solo fino a 90 giorni. La mia esperienza personale lo dimostra. Nel dicembre 2006, mi è stato diagnosticato un serio cancro al colon che richiedeva un’operazione d’urgenza e conseguente chemioterapia. Vi dico onestamente che volevo farmi curare in Italia perché pensavo veramente di morire e volevo morire in Italia. E’ un dramma avere un cancro e chiunque l’ha subito o ha un familiare che l’ha subito sa di cosa parlo. Mi sono informato tramite due miei fratelli che vivono in Italia. Uno di loro è sindaco revisore della Asl più importante della Toscana quindi ho una informazione burocratica legale più che ufficiale al riguardo: per essere curato in Italia avrei dovuto pagare il 100% di tutto il trattamento sanitario, dall’operazione al trattamento chemio-terapico. Questo è un episodio di cui sono testimone vivente e oculare che dimostra quanto è serio questo problema. Parlo con i miei amici italiani all’estero, in America, in Canada, in Messico, con quelli della mia generazione soprattutto ma anche con i giovani e so che vorrebbero avere almeno questo tipo di copertura. Ho scritto a tutti i giornali italiani e ho cercato di portare l’attenzione del Governo, e dei media su questa questione, ma ho avuto pochissimi riscontri. C’è un’unica eccezione nel panorama della sanità italiana per gli italiani all’estero ed è l’eccezione della Regione Veneto, l’unica regione italiana che ha considerato questo problema e ha fatto una delibera, già due anni fa, per prolungare ad un anno l’assistenza sanitaria ai veneti residenti all’estero che tornano in Italia e hanno bisogno di cure. E con un anno puoi curare praticamente molte malattie. Quando sarò eletto senatore sarà mia priorità intervenire su questo campo e presentare immediatamente una proposta di legge che ho già. Non nei primi 100 giorni di governo, ma il giorno stesso in cui sarò insediato senatore. Perché io sarò insediato senatore,, perché ci provo al 100% perché ce la farò, perché bisogna avere un’attitudine vincente e perché gli italiani all’estero sono italiani che riconoscono i fatti e non i discorsi ed io sono solo fatti, qualche volta parlo un po’ troppo, ma sono solo fatti. E’ la storia della mia vita” . Lei in che modo fa politica? “Come ho detto prima, io sono un imprenditore un ‘self made man’ prestato alla politica. Di conseguenza applico, non posso scindermi dal mio ‘background’. Quindi, pur non essendo ancora senatore, ho ideato e già cominciato ad applicare un tipo di politica che torna alle origini e che risponde ad un principio molto semplice: il politico deve andare dalla gente, non è la gente che deve andare dal politico. Su questo concetto, io ho già creato un punto di riferimento che, se sarò eletto, diventerà permanente, organizzato, con personale dipendente che io pagherò con lo stipendio politico che, a mio avviso, deve servire proprio per scopi di ritorno a vantaggio della comunità. Questa è la mia accettazione morale dello stipendio del politico. La mia politica è questa: dare voce agli italiani all’estero. Come? Creando una struttura permanente cui tutti gli italiani si possano rivolgere. Con una pubblicità semplice, su internet, sui quotidiani e i mensili italiani pubblicati all’estero: ci sarà un solo senatore che rappresenterà tutto il continente, rivolgetevi al senatore Massimo Seracini che vi aiuterà, vi risponderà, che si interesserà dei vostri problemi che non saranno certo problemi personali, spiccioli, legali ed economici, ma problemi su cui far convergere l’attenzione delle autorità italiane. Questo agevolerà tantissimo il lavoro dei consolati che è uno dei punti dolenti del contenzioso dell’italiano all’estero con le autorità nazionali. I consolati infatti nacquero in un’epoca storica differente in cui c’era un numero differente di immigrati e un tipo di qualità differenti. Nacquero per l’emigrazione con la valigia di cartone, ma ora l’emigrazione è a un livello talmente alto, talmente sofisticato, talmente esigente di risposte pubbliche che ha bisogno di esser riorganizzata completamente. Vi porto un esempio. Il consolato di Los Angeles, cui faccio riferimento e che conosco personalmente, ha otto dipendenti, un viceconsole e un console generale e cura gli interessi di 13.800 iscritti all’Aire, una comunità di italiani di circa almeno 200.000 persone e copre come responsabilità giuridica un territorio che è vasto tre volte l’Italia e che comprende tre Stati e mezzo (mezza California, l’Arizona il Nevada e il New Mexico). Questo per darvi un’idea dell’impossibilità fisica di affrontare tutti i problemi, nonostante la buona volontà, l’efficienza, la professionalità e la disponibilità. L’altro problema riguarda gli Istituti di Cultura, anche loro emanazione del ministero degli Esteri ed anche loro oberati da una mole di attività con un budget irrisorio. I soldi a disposizione dell’Istituto italiano di Cultura di Los Angeles, ad esempio, ha un budget da spendere minore di quello dell’assessorato alla cultura di un comune italiano di 100.000 abitanti, nonostante copra un’estensione di tre volte e mezzo l’Italia e nonostante abbia 300.000 persone da interessare culturalmente. Infine, vorrei aggiungere che, per fare politica negli Usa, occorre ricordarsi di chi sono i propri elettori. Questo è molto importante. Bisogna conoscere i soggetti a cui far riferimento, perché se non conosci i tuoi elettori e non sai che tipo di elettori sono, fai delle gaffe enormi. Ripetere pappagallescamente tutti gli slogan e tutte le attività politiche che tutti i partiti, compreso il nostro, intendono fare (perché ormai è diventato retorica in Italia che tutti debbano agire secondo questi canoni) non avrebbe nessun senso in America, perché in America mancano le informazioni e perché gli italiani in America non hanno interesse né in Veltroni né in Berlusconi né nei grossi nomi, né negli accorpamenti dei partiti, né nella legge elettorale e questo è fondamentale da capire. Gli italiani in America vogliono un rapporto vero e serio con la madrepatria. Non dimentichiamoci che sono stati collocati in quello che io ho chiamato ‘dimenticatoio legislativo’ per la bellezza di 60 anni. Dal 2 giugno del 1946 al 13 marzo del 2006, hanno sì sempre avuto il diritto di votare ma per esercitarlo dovevano andare in Italia praticamente a loro spese e, soprattutto, dovevano votare nell’ultimo comune di residenza, ovvero per politici che logicamente facevano gli interessi del loro territorio non i loro perché non potevano essere né identificati, né scorporati nelle liste elettorali italiane. Quindi, il voto del 2006 ha colmato una lacuna enorme ed oggi, che è una realtà per l’organizzazione burocratica politica italiana, deve diventare una realtà anche per la società italiana. Voglio chiudere citando un problema importante di cui ho parlato oggi con i miei colleghi candidati, a Saxa Rubra alla tribuna elettorale della Rai e che è questo: noi dobbiamo creare un ‘caucus’, per usare un termine politico americano, il che vuol dire un gruppo non politico, non bicamerale, ma di pressione che comprenda tutti i 18 fra senatori e deputati che saranno eletti. Un gruppo che dovrà riunirsi sistematicamente almeno una volta al mese, dovrà mettersi attorno ad un tavolo e proporre leggi comuni, che non hanno colore politico, per tutti gli italiani nel mondo. Poi, individualmente, risponderanno in Parlamento a tutte le proposte di legge nazionali secondo il partito politico di appartenenza e secondo la propria coscienza. Ma, se non creano questo gruppo di pressione in senso positivo, non avranno mai nessuna considerazione. Ho presentato questo progetto ai miei colleghi candidati e la maggior parte di loro si è detta d’accordo ed ha accolto la mia proposta. Ora spero che diventi una realtà. Altrimenti, questa è la mia previsione, il voto estero finirà in una bolla di sapone. Grazie, arrivederci, auguri e…ce la facciamo!"
